Estratto dalla TESI per il corso di laurea in pedagogia, di Elena Savini. Intervista a GHEZZI GIOVANNA sul lavoro corporeo della nascita.

 Farsi corpo: come le prime esperienze corporee influenzano il processo di  costruzione dell’identità 

Dalla cellula al feto: uno sguardo all’esperienza prenatale 

Nella nostra vita prima di essere corpi eretti abbiamo fatto esperienza del  gattonare e del rotolare; prima ancora, nel grembo materno, siamo stati esseri  acquatici e, andando ancora indietro, eravamo un agglomerato di cellule. Da ormai  qualche decennio studiosi di vario genere tra psicologi, biologi, medici e altri  hanno preso in considerazione ognuna di queste fasi, per disegnare una mappa di  quello che è lo sviluppo del corpo e della mente umani. Prese ed osservate  singolarmente, infatti, queste esperienze hanno una portata emotiva, oltre che  fisica, molto importante perché ci narrano qualcosa dell’Io che siamo oggi. Numerosi studi dimostrano che evolvendo di forma in forma abbiamo portato con  noi, o meglio ancora abbiamo integrato, le esperienze fisiche e psichiche  precedenti. Con difficoltà si accoglie l’idea che nella fase prenatale possa esserci  attività psichica, per questo è fondamentale distinguere ciò che è psichico da ciò  che è cosciente, perché gran parte della nostra vita psichica prende forma  attraverso fenomeni fisici. La gravidanza, l’esperienza di nascita e le esperienze  vissute nei primi anni di vita sono infatti memorizzate nel corpo e possono tornare  alla nostra coscienza ogni volta che nella realtà incontriamo degli stimoli che ci  riconnettono a quel determinato momento. La psicologia prenatale è una branca  della psicologia che negli ultimi decenni ha fornito, attraverso degli studi resi  possibili dalle nuove tecnologie, moltissimi dati che spiegano come le esperienze  vissute nel grembo materno condizionano le esperienze di percezione e  orientamento successive alla nascita, nonché lo sviluppo neurofisiologico del feto, perché in esse risiede già la possibilità di interagire, apprendere, educare, sostenere o limitare un processo evolutivo. Queste ricerche sono frutto dell’osservazione dello sviluppo di capacità sensoriali, cognitive, emotive,  relazionali del feto e ci permettono di comprendere come l’essere sia attivamente  interessato all’ambiente, che egli vive come opportunità per il proprio sviluppo  fisico e psichico, fin dal primo momento in cui esiste. Grazie al sostegno della  biologia cellulare e delle neuroscienze, che riconoscono la dimensione “psichica” del feto, sappiamo che il nostro corpo ricorda cosa significhi essere cellula che si  moltiplica, che ha “memorizzato” il primo battito, la prima volta che ha assaporato  attraverso le papille gustative, la prima esperienza di movimento e di  coordinazione degli arti ed è stato sempre lì, nel grembo, che con l’affinarsi di  alcuni sensi abbiamo scoperto la nostra natura relazionale. Già fin dalla sesta  settimana di gestazione il feto inizia ad essere sensibile alle proprie parti del  corpo, sviluppando il senso del tatto e dal terzo mese affinerà l’udito, il gusto e  l’olfatto. Molte ricerche scientifiche che studiano le risposte del bambino agli  stimoli esterni dimostrano come egli sia già capace di riconoscere, elaborare e  rispondere ai movimenti, ai suoni, ai sapori, agli odori che gli pervengono attraverso la madre. Il periodo trascorso nell’ambiente intrauterino si configura  quindi come una fase di trasmissione psichica oltre che nutritiva e biologica, il  grembo rappresenta un luogo dove il bimbo inizia ad apprendere e memorizzare,  sviluppando competenze neuropsicologiche e psicofisiologiche. 

Lavorando con bambini molto piccoli e a seguito di una formazione  sull’esperienza prenatale facilitata da Giovanna Ghezzi osteopata e operatrice  prenatale, ho potuto osservare e sperimentare in prima persona quanto il periodo  che va dal concepimento al parto sia significativo per il resto della nostra vita e  quanto sarebbe utile che nell’immaginario collettivo si smettesse di immaginare la  gravidanza come un periodo in cui il feto è passivamente protetto dalla madre e  che ogni suo vissuto cominci dopo la nascita. Il motivo per il quale tale esperienza  viene trascurata tanto dagli studiosi dell’evoluzione quanto dai professionisti della  cura è legato al fatto che dal concepimento fino al terzo anno di vita, per motivi  strutturali, il protagonista principale dell’esperienza di crescita non è la mente, o per meglio dire il cervello; non a caso tutti gli esseri umani sono accomunati  dall’amnesia infantile. Immersi nell’epoca del primato della ragione viene da sé  che il periodo della vita in cui si è “più corpo che cervello” non possa essere  significativo. In realtà tutto dipende dal modo in cui la mente e il corpo vengono  concepiti. L’idea di mente alla quale è utile fare riferimento per restituire significato  alla fase prenatale è quella secondo la quale la mente è una caratteristica che  appartiene a ciò che è vivo, è orientamento per l’azione, è intuitiva, relazionale e  razionale a priori, non ha bisogno del processo del pensiero per essere. Essa è  quindi cosa viva, è un sistema intelligente e, soprattutto, esiste in ogni cellula del  corpo. Tornare ad osservare la cellula mi è stato immensamente utile per  comprendere questo punto di vista. Ogni cellula, [infatti], ha la sua struttura (fig.1)  e svolge tutti i seguenti processi vitali: 

- Polarità e sensibilità elettromagnetica 

- Respirazione 

- Ingestione, digestione (trasformazione di sostanze) ed eliminazione; - Circolazione di fluidi; 

- Produzione di sostanze specializzate; 

- Riproduzione; 

- Istinto di sopravvivenza; 

- Vibrazione e ritmo; 

- Confini che distinguono le esperienze interne da quelle esterne; - Movimento al proprio interno e movimento nello spazio; 

- Consapevolezza e capacità di rispondere in rapporto all’ambiente circostante; - Capacità di prendere decisioni; 

- Comunicazione con altre cellule; 

- Memoria; 

- Abitudini; 

- Adattabilità e malleabilità; 

- Nascita, crescita, maturità, variazioni nello stato di salute, morte. (…) Le cellule sono il microcosmo del nostro io individuale. Ogni cellula  corrisponde a un aspetto di noi stessi, del nostro comportamento conscio e  inconscio, ed è quindi espressione del nostro essere corpo e del nostro essere  mente. (Cohen, 2020, p.289).


Nel rappresentare il nostro io individuale essa porta in sé anche le caratteristiche  del nostro essere in relazione col mondo. Non esistono, infatti, due cellule  identiche ma ad ognuna di esse appartiene una dimensione che potremmo  definire “sociale”: le cellule con struttura e funzioni simili, infatti, si riconoscono tra  loro e insieme costituiscono delle comunità che vanno a formare i tessuti di cui  ogni parte del nostro corpo è composta. Osservandola in questi termini, la cellula  è un organismo intelligente, un microcosmo che ci corrisponde in tutto e per tutto:  ha una struttura fisica con bisogni e funzioni, si orienta nel proprio campo  relazionandosi con gli elementi che incontra per raggiungere obiettivi individuali e comuni specifici, si trasforma col passare del tempo, muore. Queste caratteristiche  ci fanno pensare al fatto che la vita, come la mente, esiste ovunque e che fin dal  primo momento in cui esistiamo siamo noi stessi a creare ciò che ci fungerà da  sostegno successivamente: non siamo fatti da qualcuno, come la nostra cultura ci  insegna; non siamo fatti dai nostri genitori, ma ci manifestiamo in forma fisica  attraverso di loro. Noi contribuiamo attivamente, da dentro, nel corso di tutta la  vita, alla realizzazione di noi stessi. Non c’è mai un istante in cui il corpo non stia  creando e distruggendo cellule e questo processo si ripeterà per tutta la vita.  (Ghezzi & Frignani, 2019, p.31). 


Partendo dal presupposto che in ogni fase del nostro sviluppo le cellule svolgono  le funzioni sopracitate e che prima ancora di essere uno noi esistiamo in quello  spazio vuoto di possibilità che risiede nell’incontro tra ovulo e spermatozoo, possiamo passare ad una successiva esperienza intelligente che il nostro essere  vive e che il nostro corpo ricorda, per capire meglio com’è che ci facciamo corpo: il  concepimento. Si occupa dello studio di questa fase della vita la medicina  embrionale che con l’utilizzo di nuove tecnologie crea in laboratorio le condizioni  adatte ad osservare il comportamento dell’embrione sin dalle sue prime divisioni  cellulari. Sul tema del concepimento in realtà non si conoscono ancora i  meccanismi specifici, a differenza delle fasi successive all’annidamento, ma  possiamo scardinare di certo l’idea comune che si tratti di una gara di velocità tra  gli spermatozoi e che l’ovulo passivamente faccia entrare il più forte. Recenti studi  dimostrano infatti che il processo è basato sul principio di collaborazione, che si  tratta di un incontro basato sul dialogo tra le parti. Proviamo quindi ad immaginare  una cellula uovo morbida e fluttuante, che invita attraverso un movimento di  rotazione gli spermatozoi ad entrare. Essi sono stati precedentemente  accompagnati fin lì dalle contrazioni dell’utero, che grazie alla sua conformazione  ha fatto in modo che arrivassero alle tube solo gli spermatozoi più sani.  L’esperienza primaria di orientamento e di movimento rotatorio avviene qui: in che  modo può essere significativo per il nascituro avere origine da uno spermatozoo  che ha fatto esperienza della centrifuga, del congelatore, della spinta ricevuta  dall’esterno per raggiungere l’uovo? Cosa invece potrebbe comportare il fatto di provenire da un ovulo stimolato da ormoni? In ogni caso, il dialogo tra le due  cellule dura molte ore, quasi a ricordare una sorta di corteggiamento, fin quando l’ovulo non accoglie il prescelto, che entrando perde la propria coda. Alcune  scuole di pensiero credono che questa reciproca e amorevole scelta, in cui i due  corpi si attraggono e si respingono, crei il campo all’interno del quale l’essere  sceglie di incarnarsi. Per campo intendiamo lo spazio in cui avvengono scambi di  informazioni. Tutto ciò che ci circonda è influenzato da “energia informata” che  interagisce con noi. (…) ci manifestiamo in un campo terreno e siamo sempre in  una danza con gli altri, in forma fisica e in forma energetica. (Ghezzi & Frignani,  2019, p.19). Il campo in cui lo zigote si annida è l’utero della madre, che ha delle  caratteristiche fisiche e delle memorie proprie. Il contatto con questo terreno  informato permette allo zigote di evolvere, tanto dal punto di vista fisico quanto nella capacità di percepire. Prima di tutto lo zigote, protetto da una sostanza  prodotta dalla zona pellucida, cresce moltiplicando le proprie cellule all’interno  della propria membrana, senza però aumentare di volume. 

In questa prima settimana il gesto è quello di chiudersi, separarsi, rendersi  indipendenti. Morfologicamente si sviluppano due parti corporee: una periferica che  corrisponde al trofoblasto, che si orienta verso la madre e il mondo e darà origine alla  placenta e al cordone ombelicale; una parte centrale, l’embrioblasto, che si orienta  verso l’interno staccandosi dalla madre, che darà vita al corpo del feto. Per tutti i 9  mesi l’embrioblasto continuerà a muoversi verso l’interno e il trofoblasto verso  l’esterno. (Ghezzi & Frignani, 2019, p.33) 

Dopo circa una settimana inizia la fase dell’annidamento: l’embrione ora fa  esperienza dell’uscire da sé per connettersi col fuori, riconoscendo che per  continuare ad esistere non basta solo il nutrimento che proviene dall’interno: è qui  che scopriamo, attraverso il corpo, di aver bisogno di appartenere, di avere il  diritto di ricevere, di essere per natura relazionali. “Assaggiando” la parete che  incontra, infatti, la blastocisti sceglie dove e quando inserirsi nell’utero per andarsi  a connettere col sangue della madre.

Figura 2 

Il dialogo che precede l’impianto è quello che determina la vita o la morte  dell’embrione. Se il campo che riceve viene considerato accogliente dall’essere  che arriva, allora quest’ultimo si sentirà comodo all’idea di fermarsi. E’ interessante notare come non esista una forma di campo accogliente a priori,  non tutti gli embrioni trovano comode le stesse caratteristiche, ognuno è orientato  in modo estremamente soggettivo verso l’utero. Esistono infatti qualità energetiche  molto diverse in questo spazio: eventuali aborti, il modo di vivere la sessualità e il  contatto con altri corpi, l’età e la condizione psicofisica della madre danno vita a  “qualità uterine” differenti. La domanda che l’embrione potrebbe porsi, scegliendo  e sondando il luogo in cui affondare le proprie radici è: c’è abbastanza nutrimento  qui per crescere? E’ questo un posto sicuro per me? Sulla base delle risposte che  riceverà dal corpo della madre avrà l’imprinting relazionale che con molta  probabilità il nascituro somatizzerà e riproporrà in forme e modalità differenti nel  corso della sua vita. Chi è stato a contatto con uteri freddi, rigidi, chi ha vissuto  con fatica l’esperienza relazionale primaria, cercherà attraverso il corpo di  rielaborarla successivamente.  

Nei primi anni di vita i bambini raccontano il vissuto della gestazione attraverso il  linguaggio del corpo e il pianto, i due principali canali di comunicazione di cui  hanno padronanza. Riferendoci in particolar modo all’esperienza  dell’annidamento, i bimbi ci descrivono le qualità percepite riportando movimenti  che riguardano soprattutto la bocca e la testa, simulando ripetutamente e in modo  personale il gesto di assaggiare e/o di entrare nelle cose, infilarsi, a partire dalla  fronte. Successivamente questa esperienza viene riportata nel gioco, quando  quest’ultimo diviene lo strumento principale per relazionarsi con la realtà e infine,  da adulti, la si assimila inconsciamente in un aspetto specifico della nostra  identità. 

L’approccio somatico consiglia agli educatori di ricreare, negli spazi attraversati  dai neonati, luoghi che ricordino nidi caldi e accoglienti, fatti con materiali diversi che abbiano un buon odore, una consistenza gradevole e che magari possano essere interessanti anche da sperimentare attraverso la bocca; un posto dove ci si  possa infilare e dove si possa pigiare con la testa senza farsi troppo male. Questo  per aiutare il corpo del bambino a rivivere e rielaborare l’esperienza in modo  piacevole, quando egli ci mostra con atteggiamenti specifici di averne l’esigenza. 

Il processo di imprinting accadrà in relazione a tutte le fasi/esperienze principali  vissute nel grembo e quindi ognuna di esse potrà aver bisogno di essere  rielaborata attraverso il corpo nel corso della vita.

Verso l’undicesimo giorno e fino alla terza settimana avvengono delle mutazioni  morfologiche: l’embrione si condensa internamente per creare una parte anteriore,  l’endoderma, e una posteriore, l’ectoderma. Dalla prima si crea il sacco vitellino dal quale l’embrione ricaverà il nutrimento e dalla seconda invece sorgerà la cavità  amniotica che fungerà da protezione e contenitore all’interno del quale nuoterà il  feto. Queste due parti dell’essere non sono solo una parte interna ed una esterna,  sono due dimensioni corporee: senza separazione da ciò che è fuori di te, non  puoi creare distinzione e percepire chiaramente chi sei tu, il dentro. (Ghezzi & 

Frignani, 2019, p.34).  

Durante la terza settimana l’embrione torna a muoversi verso l’interno e riempiendo lo spazio vuoto tra endoderma ed ectoderma dà forma al mesoderma, che grazie al potere connettivo del mesenchima darà origine al sangue, al cuore,  ai muscoli, alle ossa. L’endoderma si tramuterà in apparato digerente e  l’ectoderma, già precedentemente proiettato verso l’esterno, diverrà invece pelle e  sistema nervoso. I movimenti verso l’esterno e verso l’interno continueranno ad  alternarsi durante tutta la gestazione: come non ricordare che sono gli stessi  movimenti sui quali si basa il processo di integrazione che ci sosterrà nella  costruzione della nostra identità anche una volta fuori dalla pancia?  Compare il cuore al centro, a rappresentare la parte interna dell’essere attorno al  quale si svilupperà il resto del corpo e anche la notocorda, dalla quale avrà origine il nostro sistema nervoso. Quest’ultima rappresenta inoltre il nostro asse centrale  che poi diverrà spina dorsale, grazie alla quale la parte caudale e quella craniale si  divideranno, dando al corpo una forma a c più allungata. (

Siamo giunti alla quarta settimana ed è in questa fase che il sacco vitellino e la  cavità amniotica continuano a muoversi, quest’ultima avvolge il primo fino a  dividerlo in due parti che rimarranno connesse attraverso il cordone ombelicale: la  placenta e il feto. La placenta e il cordone ombelicale sono altre due esperienze di imprinting per il feto; in effetti il bebè collegato alla placenta attraverso il cordone  ombelicale fluttua senza peso nel liquido amniotico, a temperatura corporea; è un  tutt’uno con la madre ed esperisce la fiducia primordiale, che è la base della  successiva fiducia in sé stesso. (…) La placenta è la parte di noi che ci  accompagna nel viaggio tra i due mondi, che poi si lascia morire, permettendoci di  procedere in autonomia. (Ghezzi & Frignani, 2019, p.41). Quello che più di tutti è  connesso col cordone ombelicale, invece, è il tema dell’attaccamento: come sono  attaccato a te? Quando il cordone ombelicale compare il feto non ha ancora gli  arti, il bimbo comunica attraverso movimenti globali che partono dalla pancia. Tensioni al diaframma, singhiozzi, torsioni spezzate del busto nei primi mesi fuori dall’utero ci narrano dell’impossibilità di bloccare il nutrimento che il feto riteneva 

sgradevole e pericoloso per la testa e il cuore mentre era dentro. Dal terzo  trimestre in poi il bimbo prova con mani e piedi a fermare ciò che di tossico arriva  attraverso il cordone: giocare coi fili, arrotolarli attorno a differenti parti del corpo ma anche sintomi quali reflusso, coliche, sono tutte modalità attraverso le quali il  corpo del bebè può narrarci come ha vissuto questa esperienza di attaccamento. Anche in questo caso è utile che i neonati abbiano a disposizione gomitoli, nastri,  giochini trainati da corde, per dare loro la possibilità di raccontare in che modo  hanno vissuto questa esperienza e di rielaborarla. 

Negli ultimi mesi di gestazione si assiste alla formazione e allo sviluppo del cervello e  dei centri nervosi. (…) Esistono, sia pure abbozzati in modo rudimentale, i prerequisiti  genetici dello sviluppo del pensiero: le <<forme>> che poi riceveranno e modelleranno  i vari processi mentali. (…) Nell’utero materno il feto, attraverso una specie di  <<apprendistato>>, prepara gli strumenti per sopravvivere dopo la nascita: come la  suzione del pollice, una delle sue occupazioni preferite da quando, verso il quinto  mese, riesce a portare il dito alla bocca. (Battistin & Finzi, 1997, p.134) 

Il feto, prima della nascita, si prepara alla vita da dentro perché ha già fatto  esperienza del fenomeno percettivo del fuori, attraverso stimoli sensoriali che gli sono pervenuti dal corpo materno o dall’esterno. Sono questi stimoli che gli hanno  permesso di affinare i sensi, allenare la propriocezione e la percezione e integrare,  attraverso il movimento e le esperienze corporee, tutte quelle competenze e  strutture mentali che gli saranno poi indispensabili. A contatto con l’ambiente  intrauterino il bambino ha già iniziato ad esistere, a costruire un certo  temperamento, un certo carattere. Oltre ad essere cresciuto col corpo, infatti, egli  ha già costruito pezzi della propria storia grazie alla costante relazione col suo  centro e con l’ambiente. Ognuno di questi pezzi ha le proprie qualità e sarà  impresso nel corpo del neonato quando verrà al mondo; le proprietà identitarie che  ne derivano non sono caratterizzate da fissità, non sono una sorta di spada di  Damocle che il bambino sarà necessariamente destinato a portare con sé per il  resto della vita. Egli, piuttosto, cercherà ancora e ancora di rielaborarle attraverso  la relazione col mondo perché questo è l’istinto che ci perviene dalla nostra natura  di esseri in costante evoluzione. Ma prima ancora di uscire nel mondo, arrivato al  nono mese di gestazione col suo ricco bagaglio fisico ed esistenziale, il feto è  pronto ad affrontare un viaggio altrettanto carico di significati: la nascita. 

L’esperienza di nascita: intervista a Giovanna Ghezzi, osteopata e  operatrice prenatale 

Finora abbiamo potuto notare come sia significativo per l’essere il periodo  trascorso nel grembo materno. Dopo circa nove mesi di vissuto intrauterino,  sentiamo il bisogno di venire a contatto col mondo fuori. La nascita assume le  sembianze di un viaggio in cui il bambino e la madre vivono emozioni e sensazioni  forti e significative: il piccolo lascia il luogo conosciuto perché lo spazio in cui è  immerso diventa tutt’un tratto inospitale, piccolo, stretto; La madre affronta il  dolore fisico per tornare ad appropriarsi gradualmente del proprio corpo, fino a  quel momento abitato da un altro essere. Oltre al vissuto intrauterino il bambino  porterà con sé anche i pezzi di questa esperienza e attraverso il corpo proverà a  raccontarcela. 

E’ generalmente un pianto inconsolabile associato a gesti corporei ripetitivi come  spingere le gambe, buttarsi all’indietro, grattarsi e sfregarsi parti del volto ecc.. (…) 

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Questi movimenti corporei ripetuti, a volte esprimono un impulso che è stato bloccato,  come per esempio il tentativo di spingere attraverso il canale del parto, o mentre si è  rallentati da un anestetico o nel tentativo di compiere una rotazione verso destra,  oppure quando il bacino della mamma e/o la sua posizione in travaglio spingono ad  andare dall’altra parte, forzatamente. Potrebbero anche indicare un’area del cranio  compressa dalle ossa del bacino o un momento in cui il bebè si è sentito disorientato e  perduto. (Ghezzi & Frignani, 2019, p. 67). 

Per trattare questo tema tanto significativo quanto delicato, mi sono rivolta a  Giovanna Ghezzi, osteopata ed operatrice prenatale. Dopo averla vista lavorare  coi bambini e aver svolto con lei una formazione ho pensato che il modo in cui si  relaziona ai corpi, all’essere, rispetti le caratteristiche dell’approccio integrato che  muovono la mia ricerca. Mi sono affidata a lei per approfondire il tema della  nascita perché ritengo che Giovanna custodisca un potere prezioso: il suo  approccio è scientifico e umano allo stesso tempo e per umano non intendo  pressapochista, immaturo, emotivo. Molti anni di studio, esperienza e formazione, strumenti in costante aggiornamento, un’osservazione attenta, un cuore aperto e  una profonda consapevolezza accompagnano questa donna nel suo lavoro coi  bambini e le famiglie. 

Intervista a Giovanna Ghezzi 

08/12/2022 

E: Cosa rappresenta il corpo per te? 

G: Cosa rappresenta il corpo per me? Il corpo per me è prima di tutto una grande  scoperta. Nella vita mi sono ritrovata a fare la terapeuta corporea, ma solo negli  ultimi anni della mia esperienza ho veramente capito l'importanza di aver ricoperto  questo ruolo. L'ho capito quando ho aggiunto alla visione corporea tutta l'altra  parte che mi mancava, che è una visione più energetica e spirituale. E allora solo  adesso comprendo veramente l'importanza che ha questo nome, che sembra un  oggetto; questo corpo che in realtà è molto, molto, molto di più di quello che noi  comunemente intendiamo con questa parola. Corpo è in realtà ciò che ci confina,  qualcosa che ci dà la possibilità di essere qui, che ci contiene; in un certo senso è come se fosse il contenitore della nostra immensità: è attraverso il corpo che noi  possiamo attingere a quelle parti autentiche, preziose, immense, e, se vogliamo  esagerare, divine del nostro essere. Quelle parti che sappiamo di avere, ma delle  quali abbiamo perso totalmente la chiave d'accesso, perché nella nostra cultura,  nel nostro ambiente, non siamo stati accolti e incontrati a sufficienza per  esprimere e rimanere veramente in contatto con le percezioni e le sensazioni  corporee. Andare a ricontattare queste parti: questo penso che sia il lavoro che  stiamo facendo insieme e mi commuove vedere come anche voi giovani stiate  andando a recuperare questi importanti significati. 

E: Sappiamo che sei fisioterapista, osteopata, operatrice prenatale. Come è  cambiata la tua concezione del corpo nel corso del tempo? 

G: Io sono andata diciamo casualmente a studiare il corpo. E’ da ormai trent’anni  che lavoro col corpo, prima come fisioterapista e poi successivamente attraverso  altri orientamenti, ma c'è sempre stato questo orientamento al corpo. Mi ricordo da  ragazzina quando dovevo scegliere che scuola fare: volevo diventare pediatra o  maestra d'asilo. Poi mi sono fatta male ed è lì che mi sono iscritta all'università per  diventare fisioterapista e ho incontrato per la prima volta il corpo. Ho Iniziato  facendo la terapia della riabilitazione, quindi tutta la parte più manuale, molto  fisica: il massaggio, i bendaggi, la riabilitazione dello sportivo… Da lì ho iniziato a  vagare, ho allargato il panorama e sono arrivata all’osteopatia, che ovviamente mi  dava una visione molto più ampia. Quindi il corpo è diventato un Tutto, è diventato  un corpo con dei grandi sistemi, attraverso l’utilizzo di pratiche tecniche e degli  strumenti che non erano più solamente manipolazioni. C'era anche tantissimo  ascolto alle membrane, quindi la parte più in connessione con le vibrazioni  corporee. Ho svolto poi tre anni di biodinamica cranio sacrale come osteopata. Insomma, è come se da un tocco pesante sono passata negli anni ad un tocco  sempre più leggero: quindi dal tocco denso al tocco del corpo più fluido. Poi negli  ultimi quindici anni ho lavorato praticamente sempre solo coi bambini e per me è  stato un po’ come andare a chiudere il cerchio. Mi dicevo che c'era questa  attrazione profondissima rispetto a questo ambito, ma in realtà non era così chiaro il motivo. Le idee son divenute più chiare da quando negli ultimi quattro anni ho iniziato a lavorare e collaborare con voi educatrici. Le prime volte che proponevo  le mie formazioni mi chiedevo : “Ma come mai mi capitano tutti questi educatori?”.  Ripensandoci e guardando all'indietro mi viene veramente solo da dire che era  ovvio, dovevo arrivare lì; dovevo far intersecare la professione di terapista  corporea con l'ambito dell'educazione perché la cura e l'educazione sono pratiche  che camminano per mano, sono indivisibili e c’è assolutamente bisogno di trovare  canali che le mettano in connessione. Non ho scelto il corpo perché sapevo dove  andavo a finire, quando l'ho scelto avevo poco più di vent'anni e sono arrivata  proprio qui. 

E: Potremmo quindi dire che è proprio il corpo che ti ha guidata. G: Esattamente, e lo dico sempre a posteriori: tutto è partito con un incidente, mi  sono fatta male a un “pezzo” di me. Ho avuto un problema corporeo importante,  ho dovuto subire tre interventi, riabilitazioni varie, ed è a quel punto che mi sono  iscritta all'università per fare la fisioterapista. Quindi è partito tutto dalla limitazione  del corpo, che ha assunto per me un grande senso perché altrimenti la mia  attenzione probabilmente non sarebbe andata lì, o comunque non con quella velocità. A diciotto anni sono stata subito richiamata al corpo. Tuttavia, ripensando  al passato ringrazio! Ringrazio il corpo di avermi sempre guidato in questa  esplorazione; adesso posso comprenderne tutti gli aspetti e non solamente la  parte materiale, fisica e di questo ne sono totalmente grata. Penso di aver sentito  tutto. Nella vita l'ho anche tanto odiato il mio corpo: perché ero cicciotta e perché  ero troppo alta e per mille altri perché. Quindi il mio passato, tutta la mia  esistenza, la mia fanciullezza, sono state molto legate agli aspetti corporei, che  hanno enormemente influito sulla mia personalità e il mio modo di vivere le emozioni. Adesso che sono grande mi sto veramente liberando dei pregiudizi  legati al corpo, sono molto più nell'accettazione. Ma questi pensieri sono stati  davvero una guida, nel senso che è stato il punto che io ho attenzionato sempre,  sia su di me che sugli altri perché quella era la professione che mi ero scelta.

E: E’ importante per te essere consapevole del tuo corpo quando lavori coi  bambini? 

G: Assolutamente, perché se così non fosse non potrei dire di stare in contatto  con loro. Nel senso che quando si lavora, quando si sta in un ambiente dove ci  sono dei piccoli, è fondamentale avere un punto centrale di ancoraggio, una  centratura interna, percepire internamente il proprio corpo. Lo dico in altri termini: devi un po’ sapere dove sei. Se tu non sai dove sei e non sai stare dentro di te,  centrata su di te, è durissimo lavorare con i piccolini. Anche perché loro quando  arrivano non sono da soli, hanno sempre un campo familiare che li conduce e li  guida: arrivano accompagnati da due adulti, a volte tre adulti, qualche fratello  presente. E’ allora importantissimo che l'operatore veramente raggiunga un grado  di centratura su di sé notevole per poter fare un buon lavoro, perché altrimenti  basta un piantino che è già spostato, è già totalmente fuori da sé. Bisogna avere  questa percezione di sé stessi, questa capacità di “auto-centratura” continua, di  verificare continuamente il punto focale e mantenerlo saldo e fermo, qualsiasi  cosa succeda. Certamente tutto ciò richiede un po' di allenamento, delle pratiche  quotidiane che penso ognuno debba fare se vuole fare questo mestiere. C’è tanto  lavoro che l’operatore deve fare per mantenersi saldamente in contatto col proprio  corpo, centrato sulle proprie emozioni e neutro per accogliere e ricevere chi arriva. 

Non si può non fare lavoro su di sé, che tu sia un educatore o che tu sia… io ci  metto anche il genitore! Per me è un operatore in qualche modo anche lui. Anche  lui è chiamato a fare questo, e non è un caso che quando arrivano i piccolini nella  famiglia chiedano ai genitori di mettere mano alla loro infanzia. 

E: Spostiamoci sull’arrivo dei piccoli. Come i corpi dei bambini raccontano la loro  esperienza di nascita? 

G: Direi che questa è proprio la parte più bella che sono chiamata a discutere, non  so neanche come riassumerla, perché veramente è la mia vita professionale, e  ormai qualcosa in più, poter incontrare dei piccolini che attraverso il corpo  raccontano l’esperienza di nascita. Quello che devo fare e che faccio è creare cultura attorno a questo, e quindi portare il genitore a comprendere tutto ciò,  perché veramente, parliamo di un ambito nuovo e mai preso in considerazione  seriamente. Solo una generazione fa i bambini, a parlar con gli adulti, non  capivano niente, non sentivano niente: “Lascialo piangere che fa gli occhi belli,  lascialo urlare che fa la gola bella, scalda le corde vocali!” Iniziamo ad accogliere  solo ora l’assunto per me inossidabile, irremovibile, che il bambino sente e sente  tutto, sente molto più di noi adulti. Quindi il problema è proprio questo: noi  abbiamo dimenticato cosa significhi abitare un esserino lungo mezzo metro e  dover sopportare il mondo.  

Tutti i bambini sono in grado di esprimere il loro vissuto, il problema è portare il  genitore a comprendere quanto veramente immensa sia questa capacità nei  piccini e quanto grandi sono le loro emozioni pur essendo così piccoli, emozioni  enormi e non solo e sempre di gioia. E la parte più difficile è accompagnare il  genitore a comprendere che il bambino sta raccontando ed esprimendo qualcosa  di importante ad esempio col suo pianto, che è il mezzo più utilizzato per  esprimere la memoria di nascita; questi pianti apparentemente inconsolabili, che  purtroppo vengono etichettati sempre e solo come coliche, rigurgiti, e altre cose  che non sto neanche a nominare, che sennò mi viene il mal di pancia pure a me,  significano molto di più. Non vorrei fare un discorso riduttivo, è importante però dire che non si può ricondurre il linguaggio corporeo del bambino alla semplice  espressione di bisogni fisiologici. Il mondo del bebè è molto più vasto di quello che  pensiamo. Dovremmo pensare e immedesimarci nella paura di non farcela a  passare da quel mondo che è l’utero materno al “non si sa dove”, immaginare il  terrore che hanno provato in alcuni momenti del parto, dovremmo risentire nel  corpo il panico, la rabbia che certamente hanno provato alcuni nel relazionarsi con  gli agenti esterni. E’ così evidente il modo in cui attraverso il corpo il bebè esprime  la rabbia: la rabbia verso chi non ha capito niente del suo movimento di nascita e  ancora continua a non comprenderlo.  

E questo secondo te è facile da raccontare a un genitore? Il pianto racconta, il  corpo racconta: i bambini hanno la capacità di raccontarci tutto. C'è proprio tutto  un linguaggio, uno studio specifico, io non ho inventato niente, sono andata a  scuola ed ho imparato. 

E: Infatti, da dove hai appreso queste conoscenze?


G: Per quello che riguarda questa parte del linguaggio corporeo e cioè non  verbale del bambino, che viene definito “Baby body language”, io ho seguito  Matthew Appleton7 per quattro anni, il quale è allievo di Karlton Terry, a sua volta  allievo di Raymond Castellino: quelli da cui è nato tutto il filone della nascita, del  prenatale. Da dove poi ha attinto anche l'altro mio maestro Dominique  Degranges, dal quale ho imparato di più a lavorare sugli adulti, quindi più sulla  parte delle memorie corporee e dei lavori da svolgere in gruppo. La stessa parte  sui piccolini invece si svolge nel rapporto uno ad uno, un piccolo lo vedi nel suo  gruppo familiare. 

E: Ma torniamo al momento del parto, sui significati che assume la nascita per il  bambino e la madre. Come possiamo notare che il corpo ha somatizzato dei  momenti di questa esperienza? 

G: Possiamo focalizzarci su quel momento lì, ma senza tralasciare il fatto che  l’intera esperienza di nascita dà una connotazione al vissuto del bebè; quindi non  esiste un momento che non abbia un impatto su quello che sarà. E’ come se  facessi una somma algebrica: dal momento in cui vengo concepito io ho già  un'esperienza, e porto una memoria dentro di me di questa tipologia di  concepimento. Ovviamente tu puoi ben immaginare che essere concepita in una coppia che mi aspetta, che mi ha cercato, una coppia in buona salute, non sia la  stessa cosa che essere concepiti senza essere stati desiderati, o magari in una  coppia che ha fatto una grande fatica e ha dovuto chiedere aiuto, sostegno alla  medicina. Quindi ovviamente puoi immaginarti già come il campo del  concepimento sia diverso e possa portare memorie diverse. Tutti gli step durante  la gravidanza hanno proprio un sapore e una nota assolutamente individuale. Gli  stessi fratelli o sorelle, anche quando vengono da una stessa mamma o uno  stesso papà, non portano le stesse qualità e le stesse memorie dell'esperienza; e le parti somatizzate dell’intera esperienza sono tutte assolutamente percepibili  proprio attraverso il linguaggio non verbale del bebè che lo esprime con dei gesti e  delle modalità che veramente sono codificabili e traducibili anche al genitore. A volte il neonato ripete delle sequenze di movimento con le braccine, con le  manine, con le gambine e io quando sono lì col genitore gli dico: “Prova a fare  questo movimento, fai quello che sta facendo lui e dimmi cosa senti”, e il genitore,  spesso è la mamma che fa questo, immediatamente dice: “Cavolo! Ma sai che se  faccio così mi sembra … Ah! Non ti ho detto una cosa, aveva il cordone arrotolato  attorno al collo quando è nato. Mi hanno detto che era corto!” E’ come  un'esplorazione fatta attraverso il corpo della mamma: facendolo sentire e  sperimentare alla mamma, la mamma arriva a comprendere quello che il bebè sta  comunicando. Quindi è proprio solo una questione di portare cultura su questi  aspetti, perché non è difficile, anzi è molto naturale. 

L'esperienza di nascita, nello specifico, è guidata da un forte istinto, l’istinto di  sopravvivenza. Il bambino viene in contatto con le forze della nascita, che sono  forze di sopravvivenza, e che sono legate fortemente al percepito corporeo. E’  come dire: “Io non so niente, non so cosa sta succedendo, ma sento che sono  spinto in quella direzione.” E’ il corpo del bambino che d’istinto dà inizio all’azione del nascere: è come se sentisse che è il momento buono per partire. E’ il bambino  quindi che guida l'inizio del travaglio, delle contrazioni; piano piano fa le prime prove, un po' di riscaldamento. Allora la mamma inizia ad avere le contrazioni  prodromiche, e il bambino intensifica, perché sa e sente che sta veramente  diventando padrone di questo corpo: è proprio giunto il momento di andare verso  l'uscita, sente che deve andare da quella parte. Da lì in poi è un’esperienza che  viene vissuta e compiuta dal bambino insieme alla mamma, al respiro della  mamma, al fatto che la mamma sente il dolore e quindi cambia la posizione… In questo modo stanno lavorando insieme e il bambino viene accompagnato verso  l’uscita. Arrivato alla fine, anche se è stato faticosissimo, si sente potente, caspita è un eroe! E’ riuscito ad attraversare un tunnel strettissimo spingendo, ruotando e  andando verso la luce. Immagina che sensazione dev’essere quella di vedere la  luce per la prima volta!!! 

Il problema qual' è? Che se noi aggiungiamo al processo troppe interferenze  perdiamo questo potere; con ogni tipo di intervento che facciamo si rischia cioè di  togliere questo potere al corpo del bambino, che in maniera innata sa come fare  per andare verso la sopravvivenza. Quindi in qualche modo gli si impedisce di  percepire il momento giusto, la risposta uterina della madre, ed è un problema  poiché è lui stesso che innescherebbe gli ormoni necessari. Questo ci fa capire  che rispetto alla nascita ci sono tantissimi aspetti legati prima di tutto al tempo e al  ritmo. Al giorno d'oggi purtroppo i ritmi della gravidanza non sono più rispettati, molte volte vengono accelerate e vengono fatti innumerevoli controlli, anche fino  all'ultimo momento. Le mamme vengono inserite in un clima di fortissima ansia:  sembrerà banale dirlo ma il parto, e più in generale la gravidanza, sono troppo  medicalizzate. Le mamme vengono costantemente visitate, pesate, controllate, il  che è tutto un bene finché questo non provoca un’incapacità nella madre di  sentirsi potente, col bambino, nei confronti dell’esperienza di nascita e quindi di  esserne con lui la protagonista. Quando si arriva verso il parto viene detto quasi  sempre che il bimbo deve nascere prima, che non arriverà alla fine, che è già  pronto, che è grande. A me hanno insegnato a scuola che esiste un termine e poiché il termine è ben calcolato sulla base dell’ultima mestruazione, tu da quel  termine puoi aggiungere massimo quindici giorni, oltre i quali la gravidanza è a  rischio. Questa “scadenza” viene data anche alle mamme, che vivono  costantemente proiettate al momento del parto. Perciò c'è un grande tema di  discussione, il tempo: tutto è spinto in avanti, tutto è accelerato e dove c’è fretta  non può esserci ascolto profondo. Le mamme vanno nella preoccupazione, non  vivono bene l’attesa e allora poi spesso non aspettano di far avvenire spontaneamente la partenza del parto che scelgono di stimolare per mezzo di  sostanze e/o manovre. Questo cosa comporta? Comporta che nel suo vissuto il  bambino assorbe tutto lo stress e gli interventi esterni degli ultimi giorni. Perciò nel  momento in cui nascono per mezzo di fettuccine, ossitocina, spintarelle,  stimolazioni, epidurali.. portano l’esperienza di un ritmo totalmente innaturale. 

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Tutto quello che succede nel momento del parto ha a che fare con il ritmo dei  corpi: il respiro e la spinta, il battito del cuore della mamma e del bambino, le  posizioni dei due corpi che cambiano costantemente.. e questo ritmo necessita di  uno spazio di ascolto profondo. La parte che per me è più da attenzionare è  questa: quando il ritmo non viene rispettato il bebè e la madre non ricevono e non  si danno ascolto reciproco.  

Nei primi giorni dopo la nascita poi non si capisce se i bambini devono mangiare o  dormire, se il pianto esprime un malessere o solo il bisogno di contatto, insomma è tutto un vero caos che spesso rispecchia parecchio il momento del travaglio.  Quando c’è grande attenzione, collaborazione e sintonia durante il travaglio tra la  mamma, il papà e l'ostetrica, generalmente parliamo di bebè che non hanno  problemi nel riorganizzare gli schemi di regolazione interna. Entrano nel loro flusso  e cominciano ad articolare ed alternare la parte della veglia e del sonno, la fame e  la sazietà, il rutto e la cacca: nel giro di pochissimo il ciclo del bambino trova un  equilibrio. Quando c'è invece molta alterazione nel ritmo del travaglio e del parto il  bambino lo racconta con la difficoltà nel ripristinare i ritmi una volta che è fuori.  Sono solitamente bimbi che hanno dei corpi ipertesi, un'altra delle manifestazioni  frequentissime: una forte tensione nel corpo, con arti scattosi e con inarcamenti  della schiena e del collo all’indietro, ci fa veramente vedere come la sequenza  d'uscita alla nascita, e quindi la spirale della nascita con il resto del processo, non  siano stati fluidi e naturali. 

E: Cosa intendi per “spirale della nascita”? 

G: Non si scende dritti, ma in una specie di movimento a spirale. L’utero è fatto di  fibre longitudinali e di fibre trasversali quindi nel momento in cui si spinge le fibre  creano una specie di percorso, di movimento rotatorio. Oltretutto è necessaria  questa spirale, questa rotazione, per i diametri ossei che attraversa il bebè quando  scende dal bacino della madre. I diametri sono diversi: il bambino inizialmente  pone la testa trasversalmente rispetto al bacino, quando è nella parte superiore  del bacino stesso, dove appunto il diametro trasversale è ancora grande. Quando  inizia il travaglio e passano le prime ore, a un certo punto comincia il movimento a  spirale: quindi la testa del bambino compie una piccola rotazione ponendosi in obliquo per passare nella parte inferiore del bacino. La testa da una posizione  trasversale passa a una obliqua; non è una rotazione gigantesca, è una piccola  rotazione, ma provoca un movimento in tutto il resto del corpo che assume una  posizione che ricorda la spirale. Il movimento del bambino è un movimento  consapevole e la percezione del bambino del corpo della madre è assolutamente  chiara: si muovono insieme. L'intelligenza sta proprio nei loro corpi. E’ tutto  calcolato dalla natura: il bacino della madre è fatto in un modo e il movimenti dei  corpi durante il parto son fatti apposta affinché la testa possa sempre andare nella  direzione più favorevole e attraversare i diametri del bacino; non con facilità  assoluta perché non è mai facile, però in maniera possibile, fattibile. Quando invece ci sono troppe interferenze esterne, la ricettività, la propriocezione e la competenza del corpo del bambino viene attutita: avviene ad esempio quando  viene fatta l’epidurale oppure quando vengono usati gli acceleratori di parto. 

E: Come vengono percepite dal bambino l’esperienza dell’epidurale o piuttosto la  pratica dell’ossitocina? 

G: Allora, sono due cose totalmente diverse. Gli acceleratori di parto, o attivatori di  parto, come l'ossitocina, creano delle contrazioni in maniera artificiale; quindi si  tratta di una pratica in cui l’utero risponde al farmaco, non risponde a una  percezione fisiologica del corpo. Tra l’altro ora si usano anche altri ormoni in altre  modalità. Ci sono vari step che vengono fatti prima del parto e sono di nuova  concezione: la fettuccina, il gel, vari tipi di gocce; si parla comunque di attivatori  di parto. L’ossitocina è un ormone che la madre produce naturalmente e ha il  compito di guidare il parto in una progressione sostenibile e armoniosa sia per il  bambino che per la mamma. Però spesso quando la stimolazione viene prodotta artificialmente, per il bambino è come se arrivasse un treno a spingerlo da dietro. 

Non c’è più armonia né progressione: il suo corpo viene spinto letteralmente verso  l'uscita. E questo oltretutto succede spesso in combo con l'epidurale. Le mamme spesso fanno l'epidurale perché sentono di non poter sostenere la fatica e il  dolore. L'epidurale sul bambino ha un effetto di stordimento e di disorientamento,  perché nei corpi viene messo in circolo un anestetico. Di solito capita esattamente  quando le mamme arrivano a circa quattro, cinque centimetri di dilatazione e casualmente quel punto lì è proprio il punto in cui il bambino dovrebbe fare la  prima rotazione. Per cui spesso succede che al bambino si alteri il battito cardiaco,  che a noi segnala quindi un'emozione, una paura, un'angoscia. A volte il battito è  molto accelerato e a volte invece c'è proprio un vuoto, come se il bambino non  riuscisse più a respirare. E’ veramente impattante questa cosa qui. 

Accade poi spesso che dopo l'epidurale ci sia un rallentamento del parto: al primo  stimolo farmacologico c'è una specie di stasi nel travaglio, e questa stasi viene  farmacologicamente riempita con un’ulteriore induzione; questo per me è  veramente uno degli aspetti più difficili che i bebè si trovano a vivere. 

E: Mi pare di capire che questi strumenti rendano più passivi la madre e il bambino  nella loro esperienza. 

G: Con questi strumenti il ritmo del parto risulta assolutamente alterato. Ma molto dipende anche dal proseguimento del processo. Dopo un grande spavento del  bebè può succedere che i farmaci non bastino, che lui giustamente non si impegni  più bene, che abbia perso un po’ il legame corporeo con la madre… E quindi a  volte viene tirato fuori con ulteriori strumenti: con la ventosa ad esempio. Oppure,  se succede qualcosa di più importante, da un punto di vista anche cardiaco, si  decide di fare il parto cesareo: a quel punto sì che si viene totalmente privati  dell'esperienza di nascita. E questo ha una connotazione sul corpo pazzesca, che  possiamo notare anche a distanza di tanto tempo dalla nascita. Qui veramente il  corpo non ha fatto esperienza del confine e del superamento dello stesso  attraverso le proprie forze, non ha sentito l’immensità del proprio potere, del  potere che ha la vita. Solitamente è un corpo meno reattivo e tonico, quello che  arriva. È ovvio che ogni caso poi andrebbe analizzato a fondo, proprio perché  l’esperienza di nascita è la somma di tutte quelle fatte prima e tutte quelle fatte subito dopo.  

E: Possiamo affermare dunque che l’esperienza di un cesareo, il fatto di non aver  attraversato il tunnel ed esserne usciti con le risorse, crei una sensazione di  impotenza, soprattutto corporea, nel bambino? 

 

G: Certamente. E’ anche vero, però, che non esiste un cesareo uguale all'altro.  Quando il cesareo viene programmato, perché si ritiene che la mamma o il  bambino non possano affrontare un parto naturale, il bambino è totalmente  deprivato dell'esperienza sin dall'inizio. Quindi generalmente questi bambini non  arrivano neanche a termine, nascono prematuri, anche perché è meglio per  ragioni mediche che non siano troppo grandi al momento dell'intervento. Un  bambino che durante il parto, invece, inverte la sua posizione all’interno dell’utero ti comunica che lui quell’esperienza ha un rifiuto a farla. Per un motivo che può  essere fisico, come quando ad esempio il cordone si annoda attorno al corpo  stringendo il bambino e bloccando il flusso di sangue e sostanze necessarie a  dare energia al bebè. Ma può essere anche legato alla percezione che ha il  piccolo del corpo della mamma, come a dire: “se la mamma non la sento e io sono  impaurito, col cavolo che mi metto ad affrontare questo sforzo! Se mi volete, venite a prendermi!” 

Guardandola con gli occhi di Giovanna, che ormai sono un po’ anche i miei, la  nascita appare come un’avventura resa possibile dal dialogo tra due corpi, che a  loro volta sono sostenuti e/o limitati dall’ambiente che li accoglie e accompagna: di  nuovo possiamo notare come il dialogo tra corpi e tra i corpi e l’ambiente  rappresenti la parte più significativa delle esperienze che facciamo fin da piccoli. 

Non è tanto come la nascita dovrebbe o non dovrebbe essere, ma è piuttosto come  possiamo rivolgere il nostro interesse nell’ascolto dei piccoli che non possono  esprimere a parole ciò che hanno vissuto. Abbiamo disponibili dati che provengono  dalle ecografie, dalle ricerche sulle origini fetali, la teoria del campo e la biologia  cellulare che danno credibilità alle esperienze e alle memorie molto precoci che  ritroviamo nell’espressione somatica anche in noi adulti. (Ghezzi & Frignani, 2019,  p.65) 

Sappiamo dunque che anche di questa avventura somatizziamo i momenti più  significativi per poi raccontarli al mondo attraverso il linguaggio del corpo, col fine  di rielaborare e integrare il vissuto per mezzo dell’incontro amorevole col  destinatario.